Sì, quando beviamo dalla bottiglietta ci beviamo anche la plastica

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Sì, quando beviamo dalla bottiglietta ci beviamo anche la plastica

Gli scienziati che si sono occupati del caso hanno inoltre rivelato di aver trovato addirittura il doppio di contaminazione rispetto ad uno studio effettuato precedentemente su acqua da rubinetto. È questo il (preoccupante) risultato di un recente studio svolto dall'Università di New York che ha messo sull'attenti anche l'Organizzazione mondiale della sanità. La plastica più presente è il polipropilene, usata per produrre i tappi.

Stando ai dati della ricerca, il 93% di tutte le bottiglie prese in esame conteneva tracce di plastiche, mentre solo 17 bottiglie erano prive di ogni sostanza nociva. Le bottiglie analizzate sono state acquistate negli Stati Uniti, Cina, Brasile, India, Indonesia, Messico, Libano, Kenya e Tailandia. Questo colorante tende ad aderire alla superficie della plastica ma non alla maggior parte dei materiali naturali.

I marchi analizzati sono Aqua (Danone), Aquafina (PepsiCo), Bisleri (Bisleri International), Dasani (Coca-Cola), Epura (PepsiCo), Evian (Danone), Gerolsteiner (Gerolsteiner Brunnen), Minalba (Grupo Edson Queiroz), Nestlé Pure Life (Nestlé), San Pellegrino (Nestlé) e Wahaha (Hangzhou Wahaha Group). Ma in un mondo dove le microplastiche sono dappertutto (persino nell'aria che respiriamo), è davvero così?

Pubblicato sulla rivista Nature, lo studio della Griffith University ha scoperto che il krill antartico, nome scientifico Euphausia superba, può scomporre parti di polietilene da 31,5 micron in frammenti con diametro inferiore a un micron.

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Nestlé ha criticato la metodologia dello studio, affermando in una dichiarazione alla CBC che la tecnica che usa la colorazione rossa del Nilo potrebbe "generare falsi positivi".

Le risposte dell'industria non si sono fatte attendere: alcuni accusano Orb Media di utilizzare metodi non scientifici, altri come Coca-Cola hanno detto alla BBC di adottare metodi di filtraggio rigorosi, riconoscendo però l'ubiquità delle materie plastiche nell'ambiente, il che significa che tali fibre "possono essere rilevate in livelli minimi anche in prodotti altamente trattati".

Molti dei portavoce hanno ribadito con chiarezza di condurre test approfonditi sul prodotto, che dalle analisi interne non sono emersi simili livelli di microparticelle nelle acque, di essere ampiamente sotto i limiti, aggiungendo poi che le microplastiche sono talmente diffuse che non è possibile escludere completamente la possibilità che delle particelle entrino nel prodotto dall'aria, dai materiali di imballaggio o durante il processo di imbottigliamento.

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