"Aborto prima causa di femminicidio", il manifesto shock a Roma

"Aborto prima causa di femminicidio", il manifesto shock a Roma

Organizzata da una rete di realtà anti abortiste, sulla scia della manifestazione che si tiene annualmente a Washington e in altre città del mondo, la Marcia sarà un momento di protesta in occasione dei 40 anni dall'entrata in vigore della legge 194 che disciplina l'aborto in Italia ed è datata 22 maggio 1978. "Chiediamo alla sindaca di intervenire immediatamente per far rimuovere questo vergognoso manifesto da uno dei gruppi a nostra parere pro-odio e contrari alla libertà di scelta delle donne". A firmarli proprio CitizenGo nella settimana della 'Marcia per la vita' che si terrà nella capitale sabato 19 maggio. Recita così il cartello affisso sulla via Salaria a Roma, solo l'inizio di una nuova campagna choc avviata da CitizenGO, fondazione nata in Spagna e poi sbarcata anche in Italia, legata agli estremismi prolife e già autrice dei manifesti gender sui bus.

Sarebbero dunque le donne, secondo quest'associazione che gode della libertà d'espressione a tutti concessa, le prime colpevoli di femminicidio, rivendicando la "libertà di scelta per le donne che hanno diritto a essere informate correttamente sulle conseguenze sempre drammatiche dell'aborto", mentre la società silenzia "chi afferma la verità sull'aborto, che sopprime la vita di un bambino e ferisce gravemente quella della donna". L'iniziativa ha provocato numerose reazioni sdegnate, tra cui quella della senatrice del Partito democratico Monica Cirinnà, che ha richiesto "un immediato intervento delle istituzioni, a partire dall'Autorità delle Comunicazioni, per rimuovere subito i manifesti e per fermare la diffusione di false informazioni".

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Per quasi 40 anni è stata costantemente nell'occhio del ciclone. "Tale campagna - aggiunge - si basa, infatti, su assunti completamente infondati".

L'11 aprile 2016, il Comitato europeo dei diritti sociali, un organismo del Consiglio d'Europa, ha condannato l'Italia per aver violato il diritto alla salute delle donne che vogliono abortire, riconoscendo che esse incontrano "notevoli difficoltà" nell'accesso ai servizi d'interruzione di gravidanza, anche per l'alto numero di medici obiettori di coscienza.

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