Suu Kyi: Amnesty, non più Ambasciatrice

Pence a Aung San Suu Kyi violenze contro Rohingya non scusabili

Amnesty International ha revocato l’importante onorificenza che aveva consegnato ad Aung San Suu Kyi

Amnesty International ha revocato l'onorificenza "Ambasciatore della coscienza" - la più importante assegnata dall'organizzazione - di Aung San Suu Kyi, attivista e premio Nobel per la Pace considerata di fatto la presidente del Myanmar.

Secondo Amnesty, il premio sarebbe stato ritirato per via dell'indifferenza mostrata dalla leader politica - attualmente consigliera di Stato - verso una serie di evidenti violazioni in corso in Myanmar.

"In qualità di Ambasciatore della Coscienza di Amnesty International, ci aspettavamo che avrebbe continuato a far uso della sua autorità morale per alzare la voce contro le ingiustizie ovunque le vedesse, soprattutto nello stesso Myanmar", ha scritto Kumi Naidoo. Naidoo, come riportato dall'Ansa, nella missiva ha scritto:"Siamo profondamente costernati che lei non rappresenti più un simbolo di speranza, coraggio e di indomita difesa dei diritti umani". Le violenze commesse dai soldati birmani sono state enormi: uccisioni indiscriminate, incendi di interi villaggi e stupri diffusi e sistematici.

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In questo caso la pensione in quota sembra non convenire: l'anticipo è minimo e l'ammontare del trattamento penalizzato. Per Salvini , "non tutti andranno istantaneamente in pensione ".


Quando nel 2013 fu finalmente in grado di ritirare il premio affrma Amnesty - "Aung San Suu Kyi ci chiese di non distogliere lo sguardo e i pensieri da noi e di aiutarci a essere un paese dove si fondano la speranza e la storia". Oltre 720'000 Rohingya sono fuggiti in Bangladesh. Un rapporto delle Nazioni Unite ha chiesto che alti ufficiali militari siano indagati e tradotti davanti alla giustizia per il crimine di genocidio.

"Quel giorno Amnesty International prese quelle richieste molto sul serio ed è anche per questo che non cesseremo mai di porre l'attenzione sulle violazioni dei diritti umani in Myanmar". L'ha affermato il vicepresidente Usa Mike Pence alla leader di fatto dell'ex Birmania, Aung San Suu Kyi oggi a margine del summit ASEAN. Pure in questo caso, Aung San Suu Kyi non ha usato la sua influenza e la sua autorità morale per condannare le violenze dell'esercito, per promuovere indagini sui crimini di guerra o per difendere i civili appartenenti alle minoranze etniche su cui ricade il peso dei conflitti. La sua amministrazione ha attivamente provocato ostilità nei confronti dei Rohingya, etichettandoli come "terroristi", accusandoli di aver bruciato le proprie case e di aver denunciato "finti stupri".

"Il suo diniego della gravità e dell'ampiezza delle atrocità commesse contro i rohingya significa che vi sono scarse prospettive che la situazione migliori per le centinaia di migliaia di loro che si trovano in una dimensione di limbo in Bangladesh e per le centinaia di migliaia di loro che sono rimaste nello stato di Rakhine". Nel frattempo i media statali hanno pubblicato articoli infiammatori e disumanizzanti che alludono ai Rohingya come "pulci umane detestabili" e "spine" che devono essere eliminate. "Continueremo a lottare per la giustizia e i diritti umani in Myanmar - con o senza il suo sostegno".

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